Un nobile intellettuale napoletano dalla personalità indomita: un galantuomo, un cristiano, un uomo di governo carismatico, leale, coerente e fedele ai principi della monarchia, della nobiltà e della religione.

Una riflessione sul libro di Walter Maturi

Il Principe di Canosa

 

«Frutto di lunghe e accurate ricerche in archivi e in biblioteche», il libro Il Principe di Canosa di Walter Maturi (Felice Le Monnier -Firenze 1944) intende tracciare il profilo di «una personalità assai discussa, che simboleggia gli ideali reazionari dell’epoca della Restaurazione in Italia», attraverso l’esame di un’infinità di lettere, e di una ricca bibliografia del Canosa. Epistola ovvero Riflessioni critiche sulla moderna Storia del Reame di Napoli del generale P. Colletta (Capolago, 1834), Perché il Sacerdozio dei nostri tempi e la moderna nobiltà dimostrati non siansi egualmente generosi ed interessati come gli antichi per la causa della monarchia e dei re (inedita, tre grossi tomi in folio, Biblioteca estense), Apocalisse politica ossia Rivelazioni sull’intrigo politico della rivoluzione di Napoli del 1820 e sulla cabala che mise nel nulla le risoluzioni dei congressi di Troppau e di Lubiana (inedita Reichs Archiv Wien), I Piffari di montagna, ossia cenno estemporaneo di un cittadino imparziale sulla congiura del Principe di Canosa e sopra i Carbonari (Dublino, 1820 e 1821 2ª ediz.; Parigi 1832 6ª edizione), sono solo alcuni testi a cui il Maturi ha potuto attingere per la stesura del libro.

 

La formazione del principe di Canosa

Il principe di Canosa, nasce a Napoli il 5 marzo 1768 ed è battezzato il 6 marzo dal reverendo padre fra Vincenzo Vitale, assistito dal reverendo coadiutore d. Antonio Palombella, nella Cappella di casa, con il nome di Antonio Luigi Raffaele, figlio di Don Fabrizio Capece Minutolo dei principi di Canosa, e di donna Rosalia de Sangro dei principi di S. Severo. Il principe non apprende la fede religiosa al Collegio nazareno dei gesuiti di Roma, dove studia filosofia, o grazie agli insegnamenti del padre, «il pio e dotto Fabrizio» che lo avvia alla carriera forense, quasi subito abbandonata dal Canosa, ma per personale convincimento. Tuttavia, è limitata da una «contaminatio politica e da una contaminatio cavalleresca».

Tra i suoi maestri figurano ecclesiastici «orientati verso la politica» come il cardinale Stefano Borgia, l’ultimo campione del curialismo nella lotta antiregalista settecentesca e l’abate Nicola Spedalieri, precursore del papismo reazionario ottocentesco.

Vi è poi la contaminatio cavalleresca che, rispetto a quella politica che ha ridotto la considerazione della religione del Canosa ad una mera istituzione utile per mantenere l’ordine nella società, «potenziò quella foga sanguigna, che aveva avuto dalla natura».

Per mantenere la religione nel suo perfetto sistema è, secondo lui, «necessario credere senza restrizioni mentali nel primato papale e, quando la religione fosse mantenuta nel suo perfetto sistema, la società sarebbe stata in calma e in tranquillità, poiché la storia dimostra che dalle eresie religiose si era sempre passato alle eresie politiche e sociali». Obbediente, quindi, all’infallibilità papale, il Canosa non aderirà mai alla massoneria, condannata da Clemente XII nel 1738 e da Benedetto XIV nel 1751.

 

Il suo “edificio politico”

Nella costruzione del suo edificio politico trae grande ispirazione dallo scrittore francese Montesquieu, autore dell’opera Spirito delle leggi, tradotto in italiano a Napoli (ed. Terres, 1771).

Il pensiero politico del Canosa può essere condensato in quattro massime del Montesquieu che ricorrono in tutte le sue opere dal 1795 al 1835. «Non si può concepire una monarchia sana senza potestà intermedie e tra le potestà intermedie quella della nobiltà entra così intimamente nell’essenza della monarchia, che si può lanciare la formula: dove non v’è monarchia, non v’è nobiltà, dove non v’è nobiltà, non v’è monarchia, ma si ha un despota». Il principio su cui si fonda una monarchia così concepita è l’onore. A queste due massime che, nel sistema d’idee del Canosa hanno un valore positivo, se ne contrappongono altre due, che gli servono invece da armi polemiche. Se le potestà intermedie sono le basi di una monarchia sana, chi con le sue riforme intacca le potestà intermedie viene a minare la stessa monarchia.

Quindi, se l’onore è il sentimento fondamentale che regge la monarchia, la virtù, il disinteresse assoluto, la devozione cieca alla patria è il sentimento fondamentale che regge le repubbliche.

Queste massime del Montesquieu sono alla base delle due prime opere politiche del Canosa: l’Utilità della Monarchia nello stato civile (la prima edizione, del 1795, è dedicata allo zio, Monsignor Enrico Capece Minutolo, vescovo di Mileto e la seconda al cardinale Stefano Borgia) e l’Epistola, ovvero Riflessioni critiche sull’opera dell’avvocato fiscale sig. D. Nicola Vivenzio, intorno al servizio militare dei baroni in tempo di guerra (Napoli 1796), in cui pone l’accento sui compiti della nobiltà dell’epoca. In particolare, muovendo dalla considerazione che i feudi moderni non sono più concessi dal monarca come ricompensa per i servigi ricevuti e in cambio del servizio militare prestato dai nobili, ma sono divenuti corpi venali, che possono anche essere acquistati, senza obblighi o vincoli connessi, egli ritiene che sia priva di fondamento giuridico la pretesa del re di imporre il servizio militare ai baroni. Costoro, tuttavia, per il senso dell’onore e della fedeltà che li caratterizza, devono fornire denaro e soldati alla nazione quando questa è in pericolo.

Nemico della Francia rivoluzionaria, il Canosa gode a Napoli fama di anglomane: ammira la dottrina politica di Edmund Burke che «nelle scienze morali, anziché a vane astratte speculazioni, alla sola esperienza attendere si dovesse». Ammirava il conto in cui era tenuta la nobiltà che, secondo Charles James Fox, «dava alle nazioni quel coraggio, quell’energia e quella specie d’intrapresa che inutilmente si spera dalle altre classi dello Stato». Apprezza soprattutto lo spirito di partito inglese, essenzialmente politico e non rivoluzionario sociale antimonarchico come quello continentale.

Assorto nei suoi studi classici e nelle sue polemiche politico-religiose, il Canosa «poco stimolo aveva sentito per il pratico operare». Per completare la sua cultura all’estero, cerca di ottenere il posto di ministro plenipotenziario in Danimarca ma, privo di appoggi a Corte e poco ben veduto dall’onnipotente ministro John Acton per le sue idee aristocratiche, non ottiene l’incarico, senza però farne una tragedia, come scrive ne I Piffari di montagna.

 

Il Canosa eletto membro della Deputazione straordinaria per il buon governo e per l’interna tranquillità

All’approssimarsi della rivoluzione francese nel 1798, il Canosa è eletto dal sedile di Capuana membro della Deputazione straordinaria del buon governo e dell’interna tranquillità della città, nominato da D. Francesco Pignatelli, principe di Strongoli che il re Ferdinando IV di Borbone, fuggendo in Sicilia, ha lasciato come Vicario generale del regno con poteri dell’Altrui Ego.

Essendo fuggito il Re, la Città di Napoli, come rappresentante la Nazione, pretende di assumere il governo, sulla base delle antiche consuetudini del regno, secondo le quali «nel caso di assenza o d’imbecillità del sovrano, la città di Napoli, deve assumere il governo». La Città considera, pertanto, abuso regio la nomina del Vicario Francesco Pignatelli e, secondo i dettami della tradizione, vuole eleggere la Deputazione straordinaria per il buon governo e per l’interna tranquillità, posizione condivisa dallo stesso Canosa. Tuttavia, la monarchia borbonica nel corso degli anni si è andata trasformando da monarchia feudale moderata da privilegi, in monarchia assoluta e la trasformazione è stata così profonda che le rivendicazioni della Città non sembrano più rivendicazioni d’un diritto pubblico ancora esistente, ma sembrano pretese d’instaurare un nuovo regime, la «repubblica aristocratica». Allora, per non rendere visibile al pubblico il conflitto con la Città, il Pignatelli ammette la creazione della Deputazione, ma nomina lui stesso i membri che ne devono far parte, e così il Canosa riceve la sua nomina ufficiale. Il Vicario, il 12 gennaio 1799 annuncia di aver firmato un armistizio con i Francesi, con il pagamento di due milioni e mezzo di ducati. Far pagare alla città una somma simile, senza interpellare prima i Sedili, è giudicato dal Canosa e dagli altri Cavalieri della Città come un nuovo attentato contro i loro diritti, tanto da rompere apertamente i rapporti con il Vicario. La notizia dell’armistizio produce commozione tra i lazzari che si armano proclamando loro comandante Girolamo Pignatelli, principe di Moliterno e impongono alla città di assumere il governo e di consegnare nelle loro mani il Vicario, considerato un traditore. I Cavalieri della Città cercano di calmare i lazzari e il Canosa è incaricato di scrivere una lettera al Vicario, con la quale la Città raggiunge così il potere il 16 gennaio 1799. Il vero potere è, di fatto, nelle mani dei lazzari, una vera e propria anarchia. Il Canosa, da parte sua, s’impegna al massimo per far vincere i lazzari, salvo combattere al loro fianco.

Dopo che i Francesi sconfiggono i lazzari (20-23 gennaio), il Canosa in un primo momento si rifugia nel monastero di Sant’Agostino alla Zecca e poi ripara in casa di Gaetano de Marco, un tempo suo maestro di scherma, sostenitore ora delle idee giacobine. Molti patrioti lo attendono al varco per vendicarsi.

Per calmare gli animi il Canosa decide di diffondere una memoria manoscritta in sua difesa Memoria a difesa del cittadino Antonio Capece Minutolo di Canosa, in cui giudica calunniose le accuse di aver armato il popolo, spingendolo ad assassinare alcuni patrioti e a saccheggiare le case. In seguito, il Canosa torna alla vita civile grazie al salvacondotto procuratogli dal generale Championnet per l’intercessione della duchessa d’Andria, madre di Ettore Carafa, uno dei capi giacobini napoletani, come ringraziamento per i servigi di un tempo. In quel periodo, il Canosa scrive: «Chi ha saputo mettere piuttosto a pericolo la sua vita che il suo onore e, ciò per un governo vacillante saprà prestarsi eziandio alla difesa della Patria, sapendo divenire buon democratico da buon patriota ch’egli era». Tuttavia, queste parole sono ritenute da Benedetto Croce, nella sua opera Luisa Sanfelice e la congiura dei Bercher, prive di fondamento, e la dimostrazione non tarda ad arrivare. Infatti, non appena si discute sulla legge che prevede l’abolizione delle feudalità, il principe di Canosa scrive Memoria dilucidativa di vari articoli da aversi in considerazione nella abolizione da farsi dei feudi e della Feudalità – del cittadino Antonio Capece Minutolo.

La tesi giacobina sull’abolizione della feudalità è sostenuta da Vincenzo Russo in una memoria a stampa. Vincenzo Russo, nipote di Nicola Vivenzio, intende proseguire quanto lo zio ha avviato al servizio del dispotismo illuminato. Così il Canosa che si è già scontrato con lo zio, si ritrova a combattere contro il nipote. Secondo il Russo «la feudalità non è un diritto», mentre il Canosa sostiene che la feudalità «è una qualità o titolo che, essendo in persona del feudatario in forza di contratto, ha prodotto in esso diritti». I feudatari avevano acquistato i loro diritti in buona fede del Sovrano e i sommi imperanti sono obbligati a mantenere i patti convenuti. Pertanto, conclude il Canosa «la repubblica democratica che ha ereditato gli obblighi dell’abolita monarchia deve quindi o mantenere i feudatari nei loro diritti o indennizzarli». Ma il Russo si ribella all’idea di indennizzare i feudatari.

 

Il Canosa in carcere a Castel Sant’Elmo e nelle carceri regie di Portanova

Prima che la legge sia pubblicata, il Canosa passa dalla polemica libresca all’azione politica contro la repubblica, non con un’azione pubblica aperta, visto che non è permessa, ma entrando in contatto con le unioni segrete realiste. Coinvolto nella famosa congiura dei Beccher, è arrestato l’8 aprile. Rinchiuso a Castel Sant’Elmo, presidiato dalle truppe francesi, la prigionia non deve essere stata molto severa «a giudicare dalle eroicomiche gesta di cui il Canosa mena vanto». Il Canosa a Sant’Elmo non si limita a simpatiche esuberanze da Don Chisciotte incatenato, come scrive il Maturi, ma continua a complottare contro la repubblica. Alla fine, senza costituto e senza processo, è condannato a morte dall’Alta Commissione militare della Repubblica. Il tenente colonnello d’artiglieria Vitaliani gli porta la sentenza di morte e gli propone però «vari mezzi, onde sottrarsi dalla illegale, immeritata pena» ed il generale francese Méjan lo spedisce addirittura in missione presso Nelson per perorare la causa dei patrioti. Canosa accetta la missione, ma presso Nelson, invece di perorare la causa dei patrioti, parla contro di loro, dando conto all’ammiraglio inglese dello stato delle forze del Castello di Sant’Elmo, prima di tornare.

«Dopo aver sostenuto fino all’ultimo la resistenza della plebe contro i Francesi nel gennaio 1799, dopo aver congiurato contro la Repubblica, sperava che la Corte avrebbe steso un velo sul suo aristocraticismo.» I Borboni però non hanno dimenticato, né perdonato e fin dal I° maggio Ferdinando IV inserisce, tutti coloro che hanno fatto parte della Deputazione straordinaria, in una lista di persone da fare arrestare e giudicare con tutto il rigore delle leggi da una commissione straordinaria composta da «pochi ma scelti ministri»(dalla Lettera di Ferdinando IV al cardinale Fabrizio Ruffo e da A. Dumas I Borboni di Napoli, Napoli 1862).

Il Canosa, quindi, uscito dalle carceri repubblicane, in seguito alla capitolazione del castello di Sant’Elmo firmata l’11 luglio, è nuovamente rinchiuso nelle carceri regie di Portanova con la feccia dei delinquenti.

Il Canosa e gli altri cavalieri della Città sono accusati d’insubordinazione verso il Vicario Pignatelli e di aver tentato di trasformare la Costituzione dello Stato, creando una “repubblica aristocratica”, ed in particolare il Canosa per aver scritto la lettera con la quale la Città aveva intimato al Pignatelli di cederle i suoi patrizi. Canosa viene condannato a 5 anni di castello da scontare a Trapani. I Cavalieri della Città sono puniti per insubordinazione al Vicario generale nella difesa dei privilegi della Città (28 marzo 1800). Alla condanna dei Cavalieri della Città, segue l’editto del 25 aprile 1800, l’atto più rivoluzionario, a giudizio del Maturi, compiuto dal dispotismo illuminato borbonico, col quale sono abolite le Piazze o Sedili e la nobiltà napoletana è quindi distrutta come corpo politico.

 

Un novello eroe della Mancia destinato a combattere contro i mulini a vento della sua fantasia politica

Al trattato di Firenze del 28 marzo 1801, Napoleone Bonaparte impone a Ferdinando IV di amnistiare tutti i condannati politici del suo Regno. Così il Canosa lascia il castello di Trapani e il 9 luglio è di nuovo a Napoli. Dimostrare l’assurdità della trasformazione della monarchia – scrive il Maturi – in aristocrazia è per il Canosa «come il donchisciottesco combattere contro i mulini a vento» e lo fa solo per rispondere ai suoi accusatori. Il Canosa crede che la monarchia, con l’appoggio dell’Inghilterra e delle forze conservatrici europee antirivoluzionarie e antifrancesi col fascino storico che ancora gode sulle masse, illuminata dalla vera politica, potrebbe risalire la corrente e rimediare agli errori della sua politica antifeudale ed anti-ecclesiastica, ma la monarchia, secondo il Maturi, non può avere alcun interesse a distruggere la sua opera secolare né sente di poter ristabilire le cose come prima. Il Canosa, perciò, è costretto a lottare per tutto il resto della sua vita «qual novello eroe della Mancia», scrive il Maturi, «contro i mulini a vento della sua fantasia politica». Il principe di Canosa, intanto, riprende gli studi e due anni dopo la scarcerazione dà alle stampe il Discorso sulla decadenza della Nobiltà, in cui individua la causa del declino di questo fondamentale ceto nella crisi del regime monarchico prodotta dalla dissennata politica di accentramento, che contribuisce a demolire la società tradizionale organica e cristiana.

Con l’invasione francese del 1806 nel Regno di Napoli, Canosa decide di seguire i Borboni in Sicilia. Sorregge il Canosa «nella sua vendetta da Cavaliere» la tradizione della famiglia Capece, la cui incrollabile fedeltà agli Svevi, ha avuto la sua consacrazione anche nella letteratura, nella novella del Boccaccio (Decamerone, Giornata seconda, Novella sesta) dedicata a madama Beritola, moglie di Arrighetto Capece.

Il Canosa, in seguito ad una sua richiesta, è ammesso nell’esercito borbonico, abbandonando moglie, figli, patria, libri, patrimonio per seguire i principi reali Francesco e Leopoldo. Tuttavia, solo la regina Maria Carolina comprende il suo gesto e prima della partenza per la Sicilia, lo riceve a Corte e gli dice: «In mezzo a numeroso circolo di Donne e Cavalieri: venite figlio mio, oh come è stato perfidamente ingannato il Re sul conto dei veri suoi fedeli!» (da Apocalisse politica, del Canosa).

Se l’interesse personale di napoletano compromesso e la fedeltà ai vecchi Sovrani determinano il posto di battaglia del Canosa nelle lotte politiche siciliane, non modificano invece il suo pensiero in fatto di politica interna ed estera. Se la Corte dei Borboni è stata condotta sull’orlo della rovina, la colpa è da attribuire «agli errori e alla inconsideratezza di un ministero imprudente», che vuole abbattere in Sicilia i diritti dei Baroni, come li ha abbattuti a Napoli. La politica del vicario Francesco, tendente a salvare il salvabile, è approvata dal Canosa che nell’Apocalisse politica così scrive: «Il virtuosismo erede della Corona chiamato sempre a salvare i moribondi, salvò lo scettro e la Sicilia, ravvicinandosi non solo i Magnati Siciliani al Real Trono, ma ripristinando ancora quella reciproca fiducia ed armonia coll’alleata Gran Bretagna protettrice». Caduto Napoleone, ma stabilitosi sul trono di Napoli Gioacchino Murat col trattato dell’11 gennaio 1814 con l’Austria e con l’armistizio del 3 febbraio successivo con l’Inghilterra, al primo annunzio della dichiarazione di guerra intimata da Gioacchino Murat all’Austria, il Canosa parte da Madrid, dove si è recato al seguito dei principi reali.

Ritorna a Napoli portando con sé della Spagna l’immagine di una restaurazione integrale, rappresentata dai primi atti della politica di Ferdinando VII e la Gran Croce della Concezione Immacolata che Ferdinando VII aveva voluto concedergli «in premio del suo decisivo attaccamento alla casa di Borbone, ed inimicizia a tutti coloro che si dicano Bonapartisti». Questa volta non è accolto dalla sua patria come un dottrinario fallito, qual è sembrato al ritorno dal castello di Trapani, dopo la causa della città, ma come un generoso cavaliere che potrebbe far trionfare il buon diritto e raddrizzare i torti.

 

La politica dell’amalgama del cav. Luigi de’ Medici, agli antipodi del pensiero del Canosa

L’origine di queste ingiustizie è nella politica dell’amalgama, adottata dal cav. Luigi de’ Medici, principe di Ottaiano, al quale Ferdinando IV, divenuto Ferdinando I delle Due Sicilie, affida più volte la direzione del suo governo. Il sovrano perde così l’occasione per operare una restaurazione efficace, accontentandosi di quella politica di “conciliazione”, cioè di compromesso con i vecchi rivoluzionari, favorita in Europa da Klemens Lothar Wenzel, principe di Metternich (1773-1859). Il primo uomo politico a tentare in pratica tale sistema è stato Napoleone Bonaparte che promuove la diffusione del sistema a Napoli, attraverso il fratello Giuseppe e il cognato Gioacchino Murat, anche se a Napoli gli oppositori di quel metodo sono stati gli ex-giacobini che non volevano amalgamarsi con i borboniani (C. De Nicola, Diario napoletano).

Nessuno meglio del cav. de’ Medici può impersonare a Napoli il sistema dell’amalgama. Anche lui viene alla politica dalla cultura, come il Canosa, ma da quella progressiva, attingendo alle dottrine del razionalismo illuminista. Credente nella Raison, per lui un Re o un ministro illuminato avrebbe potuto far più bene alla civiltà che un’assemblea. Non concepisce la necessità delle lotte dei partiti. La Restaurazione è da lui salutata come la possibilità di porre fine alle lotte di parte.

Il Medici è agli antipodi del Canosa: «sembrerebbe, anzi, che i due rivali si fossero diviso tra l’uomo come animale politico e l’uno si fosse presa tutta la parte razionale, l’altro tutta quella irrazionale e tanto all’uno quanto all’altro mancavano quelle virtù sintetiche che costituiscono il grande uomo di Stato».

I due uomini si erano già scontrati in Sicilia. Il Medici non approva i metodi politici e pubblicistico-polemici del Canosa; il Medici esita a dare al Canosa un posto al ministero di Polizia che regge interinalmente. Il Re, dal canto suo, sin da quando gli è stata assicurata la restituzione del Regno di Napoli, ha pensato di dare al Canosa il Ministero di Polizia, lasciando trapelare al Medici questa sua intenzione.

Al Canosa non sembra che il Ministero di Polizia sia in quello stato perfetto di organizzazione, in cui il Medici assicura di averlo lasciato. Per rimuovere alcuni che l’hanno combattuto quando egli aveva progettato i suoi piani di controrivoluzione all’isola di Ponza e sostituirli con altri di provata fede borbonica, deve sostenere dure lotte col Medici che non vuole violare gli impegni presi con l’Austria di Ferdinando IV, di non togliere ai murattiani le cariche da essi occupate. In quest’opera di epurazione lo incoraggia il principe Francesco che vuole mettere a posto alcuni suoi protetti benemeriti della causa borbonica. Nulla può ottenere in questioni nelle quali il Medici è ritenuto competentissimo.

Credente nel libero commercio dei grani con la fede cieca di un economista del secolo XVIII, il Medici invece si rifiuta di prendere qualsiasi provvedimento per impedire il rincaro del pane dovuto alla penuria del grano. Pure nella questione siciliana il Medici, per razionalizzare e uniformare secondo il gusto del secolo XVIII le istituzioni dei Regni di Napoli e di Sicilia, caldeggia la loro completa fusione, mentre il Canosa, in base al principio del “divide et impera”, sostiene che i due Regni debbano conservare la vecchia reciproca autonomia, che durante la crisi rivoluzionaria e napoleonica ha garantito la loro sopravvivenza, facendo leva sulla Sicilia per riacquistare Napoli. La questione del libero commercio del grano e la questione siciliana restano tuttavia di competenza del Medici, mentre sul problema delle società segrete scoppia il conflitto decisivo tra i due.

Il problema delle società segrete riguarda tanto il Canosa come ministro di Polizia, quanto il Medici che, sebbene non abbia il titolo, esercita di fatto, per la fiducia concessagli dal Re, le funzioni di primo ministro. Da generali di divisione, intendenti di provincia, procuratori generali, vescovi pervengono al Canosa notizie di rapidi progressi della Carboneria. Il Canosa propone straordinarie misure di rigore, approvate dal Re, nonostante l’opposizione del Medici e del suo amico Donato Tommasi, ministro di Grazia e Giustizia, nel Consiglio del I° marzo 1816. Tra il mago della Finanza e il fedele Canosa, tuttavia, il Re sceglie il primo, firmando un decreto con cui esonera il Canosa dall’incarico di Ministro di Polizia. Così da Livorno, dove il Canosa vive dall’ottobre 1816, si trasferisce a Pisa nell’aprile 1817.

 

La Summa del pensiero politico del Canosa nelle sue opere

Gli ritorna la passione per lo studio tanto da ammalarsi gravemente. L’opera che produce in questo periodo Perché il Sacerdozio dei nostri tempi, e la moderna nobiltà dimostrati non siansi egualmente generosi, ed interessati come gli antichi per la causa della monarchia e dei Re, rappresenta la Summa del suo pensiero politico. In seguito, scrive I Piffari di montagna (prima edizione Lucca 1820), un pamphlet che ha avuto una larga diffusione e rappresenta uno dei più famosi scritti del Canosa. Il leit-motiv contenuto, secondo cui le «ottime legislazioni non sono buone per tutte le nazioni e per tutti i tempi», ha l’unica funzione di spiegare il fenomeno dell’Inghilterra liberale, che le classi reazionarie dell’Europa continentale rispettano, perché ad essa devono le loro riscosse e in essa è tenuto ancora nel debito conto la nobiltà. Rappresentano in parte un’autobiografia mista a un manifesto di tendenza politica contingente. L’ideale di politica contingente per il Canosa è una monarchia fondata sulla religione e sull’aristocrazia, ma per restare tale bisogna prima spegnere lo spirito rivoluzionario che cova ancora nelle società segrete liberali.

L’esigenza controrivoluzionaria obbliga il Canosa, sostenitore della vecchia libertà feudale ed ecclesiastica a postulare un regime dispotico e paradossalmente a trovarne la personificazione ideale in Napoleone e in Gioacchino Murat e lo strumento più forte nella Polizia. E così Canosa e Medici che si sono divisi l’uomo in quanto animale politico, si dividono anche l’eredità napoleonica e l’uno prende la Polizia e l’altro le istituzioni civili. Il sistema del Canosa culmina nel dilemma del De Maistre: papa o rivoluzione. Il papa nel secolo XVIII ha intuito ed esorcizzato il pericolo massonico: se i sovrani avessero ascoltato il suo monito, come ha fatto il Canosa, le riforme settecentesche e la rivoluzione non sarebbero avvenute.

Pur essendo debole, la monarchia napoletana contro la setta rivoluzionaria carbonara, il Medici non percepisce il pericolo, riconducendo sull’orlo della rivoluzione la monarchia napoletana. Questa è la polemica su cui s’incentrano I Piffari di montagna. Il libro esce nel maggio 1820 e nel luglio successivo la rivoluzione carbonara scoppia a Napoli, dandogli quasi un valore di profezia.

 

Il Canosa ministro di Polizia

Il successo del libro gli vale la nomina di ministro di Polizia da re Ferdinando al posto del Medici. Compie subito un’opera di epurazione del personale, procedendo alla nomina di nuove persone. Così vuole eliminare tutti quelli che, membri della classe dirigente napoletana, sono stati, prima, giacobini, poi murattiani, infine costituzionali e mettere ai posti di comando coloro che sono stati fedeli al Re. «Cavalleresco con le donne ed indulgente con i Don Abbondio, Canosa inventò una pena nuova contro i carbonari che osassero agire sotto il suo ministero: la frusta». La frusta è così applicata ai delitti politici, ottenendo l’approvazione del governo provvisorio.

Il metodo giudiziario napoletano, creato dai Francesi nel Decennio e mantenuto nel Quinquennio dal Medici e dal marchese Donato Tommasi, non sembra adatto, secondo il Canosa, a «un popolo corrotto, proclive tanto nei delitti e che ha sofferto in pochi anni molte rivoluzioni e disordini che lo hanno interamente demoralizzato». Il Re è completamente d’accordo col Canosa e perciò prescrive di procedere militarmente contro i principali rivoluzionari. Contro di essi si leva il forte senso di legalità dei vecchi austriaci che, alla fine, riescono ad ottenere le dimissioni del Canosa dalla carica di ministro. Assunta la carica di consigliere di Stato, il Canosa non riesce ad intrattenere rapporti cordiali con i diplomatici esteri. Così, spalleggiato l’uno dal suo partito degli ultra napoletani, spalleggiati gli altri dagli innumerevoli nemici che il Canosa si è fatto, si riprende la lotta senza quartiere su due fronti: sul fronte dell’opinione pubblica e su quello diplomatico. Sul primo fronte dirige le azioni contro il Canosa Flaminio Barattelli, un avversario privo di scrupoli. Si fruga, intanto, nella vita intima del Canosa e si diffonde la voce che egli, ancora in vita la prima moglie, Teresa Galluccio dei Duchi di Toro, da cui ebbe il figlio Fabrizio, abbia contratto a Pisa una relazione amorosa, portando poi con sé, a Napoli, i figli (due femmine ed un maschio), avuti dall’amante Anna Orselli (figliola di un cenciaio) che ha sposato una volta rimasto vedovo. Quest’ultima gli rimane fedele compagna fino alla sua morte. Nel novembre 1821 è diffusa a Napoli una Memoria tradotta dal tedesco, nella quale si rivelano gli abusi di potere, gli arresti e le pene arbitrarie che avrebbero caratterizzato il ministero di Polizia del Canosa, mentre si loda il generale Frimont per averlo abbattuto. Seguono una serie di libelli da entrambe le parti. Il più notevole è la seconda edizione de I Piffari di montagna, pubblicati a Lucca nel dicembre 1821. Alla fine le pressioni austriache e le azioni mirate a diffamare l’operato del Canosa, portano all’allontanamento del Canosa dal Regno, disposto da re Ferdinando I suo malgrado.

 

L’esilio del principe

Negli anni seguenti, percorrendo la penisola in esilio, il principe cerca di coordinare l’azione di quanti, laici e religiosi, intendano dare un carattere di maggiore incisività e profondità alla Restaurazione. Tra questi figurano: il padre teatino Gioacchino Ventura, fondatore de l’Enciclopedia Ecclesiastica e Morale a Napoli, nel giugno del 1821, che vagheggia una nuova forma di apostolato laicale; il marchese Cesare Taparelli d’Azeglio, che anima in Piemonte, prima le Amicizie Cattoliche e poi il periodico L’Amico d’Italia; l’apologista modenese, monsignor Giuseppe Baraldi, fondatore della rivista Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura; il conte Monaldo Leopardi che, a Pesaro, fonda il periodico La Voce della Ragione, con una tiratura di duemila copie.

Da questi cenacoli, però, non si sviluppa una struttura laicale organizzata, soprattutto a causa del persistente giansenismo e del regalismo diffusi presso il ceto colto, della tradizione giurisdizionalistica, ancora viva nelle maggiori corti, in particolare a Napoli e a Torino, della diffidenza di alcuni monarchi verso gli esponenti della classe dirigente, saldamente ancorati a principi contro-rivoluzionari.

Il Canosa si stabilisce così a Genova, poiché a Pisa, dove avrebbe voluto ritornare, c’è un clima teso: i suoi metodi come ministro di Polizia hanno scandalizzato l’ambiente moderato liberaleggiante locale. L’unica possibilità immediata d’azione pratica è rappresentata dal congresso di Verona: occorre trovare un alto personaggio che difenda le sue idee e la sua persona presso i sovrani della Santa Alleanza e presso lo stesso re Ferdinando I. Per tale ufficio pensa al duca di Modena, Francesco IV d’Asburgo-Este, dotato di una forte personalità, nonché di notevole chiarezza di vedute e di grande coerenza di principi ed a favore delle posizioni legittimistiche. «È forse l’unico Stato d’Italia», scrive il principe di Canosa nel 1822 «in cui il buon partito della monarchia ha qualche energia, ed ove si parla e si scrive in favore della buona causa. Questo fenomeno assai singolare dipende dalla fermezza e decisione di cui si vede rivestito il cuore del sovrano, il quale non transige con i rivoluzionari, ma mostra intrepido loro il petto e il volto, perseguitando i nemici della religione e della monarchia». Ottiene il suo appoggio grazie al conte Girolamo Riccini, intendente dei beni camerali ed ecclesiastici del Ducato. L’11 agosto 1830 Canosa si reca a Vienna per parlare con il Metternich, che si mostra ostile nei suoi confronti, ritenendo il Canosa nemico dell’Austria, a causa di una brochure diffusa a Napoli e attribuita allo stesso principe, nella quale si dimostra che tutti i mali del Regno derivano dall’occupazione austriaca.

Il Metternich lo riceve solo a fine mese, mostrandosi magnanimo verso il Canosa e chiedendogli una giustificazione scritta che il Canosa gli invia il 27 agosto, seguita il 31 agosto da una supplica all’imperatore Francesco I. Tuttavia, la morte di Francesco I e l’avvento al trono di Napoli di Ferdinando II, fanno tramontare l’ultima speranza del Canosa di rientrare in patria da ministro. Alla corte di Modena, il principe di Canosa trascorre gli anni dal 1830 al 1834, collaborando a La Voce della Verità, diretta dallo storiografo Cesare Carlo Galvani, guardia d’onore di Francesco IV, e affrontando, fra i primi in Italia, la crisi di alcuni intellettuali cattolici, che apre la strada al liberalismo cattolico. Scrive anche per L’amico della gioventù e si avvale della tipografia Camerale modenese che gli consente di pubblicare i suoi opuscoli senza alcun intralcio di censura. Tra gli scritti del periodo: Sulla proporzione delle pene secondo la diversità dei tempi (Modena 1831); I miracoli della paura (Modena 1831); I piccoli piffari (Parigi, agosto 1832); Un dottore in filosofia e un uomo di Stato (Modena, dicembre 1832); Sulla corruzione del secolo circa la mutazione dei vocaboli e delle idee (Italia 1833); L’enciclica del 15 agosto 1832 ed il Giansenismo del secolo XIX (Italia 1833). Il Canosa diviene così uno dei più prolifici autori di pamphlets di un genere letterario politico.

 

Una personalità indomita e uomo di governo

Sia i pamphlets, sia gli articoli del Canosa devono la loro forma all’indomita personalità che rivelano e alle feconde reazioni che producono. Il Canosa diventa così quasi il simbolo della reazione d’Italia ed è più temuto del conte Monaldo Leopardi, sceso in campo per suo conto nel 1832 con la Voce della Ragione, perché aveva una personalità più prepotente e, oltre che intellettuale, è stato uomo di governo, ricordato per il famoso supplizio della frusta applicato ai carbonari e perché molti liberali devono a lui l’esilio.

Le nuove generazioni politiche italiane rivoluzionarie o moderate – i Mazzini, i La Cecilia, i Capponi, i Tommaseo – devono il ritratto fosco del Canosa a Pietro Colletta che tramanda l’odio dei vecchi giacobini, dei vecchi murattiani, dei vecchi costituzionali di Napoli. Le accuse fatte al Canosa sono sempre le vecchie accuse. La forza morale, in nome della quale lo si combatte, è sempre il «genio immortale del secolo», inteso come legge fatale del progresso, cioè come libertà e civiltà. Tale forza comincia a pervadere anche quel risveglio del cattolicesimo, necessario per un programma di restaurazione integrale voluto dal Canosa. A Modena riprende una delle sue grandi idee direttrici: quella di un’organizzazione uniforme di tutte le polizie degli Stati italiani (come negli Stati tedeschi, dove è stata creata la Commissione generale di Magonza). L’attacco più cruento nei confronti del Canosa è rappresentato dalla Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta, che scrive: «Vivi o morti, il Canosa da buon cavaliere non si era tenuto mai nulla da nessuno e non aveva lasciato mai un oltraggio ricevuto senza la debita reazione.»

Il Canosa, anche in questo caso, reagisce con il consueto vigore alle accuse mossegli dal Colletta scrivendo l’Epistola contro Pietro Colletta, in cui contrappone la verità dei fatti a una mendace storiografia e i suoi ideali incontaminati all’ipocrisia dei liberali.

Il Canosa si trova ormai in ristrettezze finanziarie perché, fin dal primo giorno del 1831, il governo di Napoli gli ha ridotto i suoi assegni; il duca di Modena gli ha tolto una pensione di 500 franchi al mese, come ricompensa per aver esposto la sua vita al suo servizio, nella giornata del 3 febbraio 1831, quando fu attaccata la casa di Ciro Menotti. Per risollevare un po’ le sue finanze, riprende l’idea di pubblicare le memorie sulla morte di Gioacchino Murat e sulla sua cacciata dal Regno nel 1822 e lancia a tal proposito un manifesto nel settembre 1834, pensando che la Corte di Napoli, dietro la minaccia della pubblicazione di documenti per essa poco onorevoli, avrebbe allargato i cordoni della borsa, ma ciò non accade, anzi si cerca di dissuadere il Canosa dalla pubblicazione. Il Canosa è disposto a perdere anche la pensione che percepisce, pur di non rinunciare all’impresa. La Corte di Napoli è disponibile al rientro in patria del Canosa e tutte le sue richieste di ottenere il grado di generale o un posto in diplomazia o reintegrato nell’assegno degli ottomila ducati annui che ha goduto fino al 1831, non ottengono soddisfazione.

Passa, quindi, nello Stato Pontificio, dove cerca di promuovere la costituzione di volontari armati legittimisti, e finalmente, nel maggio 1835, fissa la sua dimora a Pesaro, dove c’è una buona tipografia, quella del libraio Nobile.

Gli ultimi anni della sua vita

Il Canosa fa venire a Pesaro la sua famiglia che ha lasciato a Modena e vive in estrema miseria negli ultimi anni della sua vita, come si può attingere dalle opere di D. Petrini Tra i legittimisti dell’Ottocento: gli ultimi anni del principe di Canosa (pp. 513-553) e di G. Monti Un epistolario inedito del principe di Canosa in esilio, pubblicato in Per la storia dei Borboni di Napoli e dei patrioti meridionali (Trani 1939 pp. 288-302), ma non ha intenzione di morire nelle vesti terribili del conte Giuliano, la cui immagine gli è apparsa così suggestiva nel 1826–27, bensì in quelle più nobili di Belisario. Sospesa l’idea di vendicarsi con gli scritti della sua cacciata da Napoli nel 1822, si presenta ai suoi discepoli, come il Belisario della legittimità: diffonde in un opuscolo una sua supplica al re di Napoli, in cui si espongono le sue tristi condizioni e fa pubblicare ne La Voce della Ragione un sonetto Date obolum Belisario, in cui egli «ramingo, povero e vetusto» è compianto amaramente, mentre in un commento il conte Monaldo Leopardi, pur non approvando certe intemperanze di lui, dichiara: «Egli è l’Argante dei Re e bisognerebbe avere l’anima di Giuda per negargli il diritto all’omaggio e alla riconoscenza di quanti combattono in difesa della legittimità. In sostanza, fu il patriarca dell’empietà, La Fajette è stato il patriarca della bugiarda libertà, e Canosa è incontrastabilmente il patriarca del realismo e della legittimità.» (La Voce della Ragione). Scrive il Maturi: «Fissata in tutte le sue lettere e in tutti i suoi scritti di quegli anni, l’immagine di Belisario commosse i legittimisti del tempo e un’ondata calda di simpatia e di ammirazione avvolse il nobile ma infelice cavaliere.»

Come a Genova, a Livorno, così a Pesaro, il Canosa non fissa la sua dimora in città, ma nel villaggio vicino di Santa Maria delle Fabbrecce, dove prende alloggio nel palazzo Almarigi con la moglie e le due figlie del secondo letto. Ex ministro di Polizia, il Canosa non si fa alcuno scrupolo di combattere i rivoluzionari, oltre che con gli scritti, con le denunce poliziesche. Lo ritiene un dovere d’ogni buon legittimista e «soleva ripetere il detto tertulliano: contra reos majestatis et publicas hostes omnis homo miles est.» Quella giustizia, quella comprensione che i sovrani, gli uomini di Stato e gli uomini di Chiesa gli hanno negato, egli le invoca da una donna, la duchessa di Modena, Maria Beatrice di Savoia.

Le donne sono state per lui meno cieche degli uomini e mai i liberali o i ministri liberaleggianti o massoneggianti sono riusciti a trarre in inganno sul suo conto Maria Carolina di Napoli, Maria Luigia dei Borboni – Parma duchessa di Lucca e Cristina di Sardegna, moglie di Carlo Felice. La stessa fiducia egli ha in Maria Beatrice che gli ha conservato la sua benevolenza, mantenendo una corrispondenza con lei anche dopo il dissidio con il conte Riccini. Le invia una copia della sua risposta manoscritta al conte Riccini con la preghiera di perorare la sua causa presso il marito, il duca Francesco IV perché salvasse il suo onore.

 

Il Canosa ormai un lione moribondo o stanco lione

È l’ultimo atto della sua vita avventurosa. Belisario della legittimità, milite eternamente mobilitato contra reos majestatis et publicas hostes, ultimo dei cavalieri, il Canosa per preparare gli amici alla sua dipartita, assume spesso l’immagine del lione moribondo o dello stanco lione. Si ferma talvolta anche sul problema dell’al di là e gli sorge il dubbio che potrebbe sbagliare nell’al di là come ha sbagliato nell’al di qua.

«Dicono i moralisti» – confida ad Angelo Maria Ricci in una lettera del 18 luglio 1837 – «che conviene consolarci col futuro. Iddio difatti non creò l’uomo per la terra ove nasce, figura e muore quasi in pochi istanti. Tale consolazione però è ottima per voi che siete ottimo cristiano ed avete avuto con temperamento freddo una gran pazienza e rassegnazione. Per me trovo assai facile che, dopo averla sbagliata nel tempo, posi i miei gran malanni nell’eternità. Iracondo, intollerante, avverso per natura ai somari, in sostanza sono affetto da tante pecche che non rincorano punto onde persuadersi esser degni di predestinazione. Io potrei dunque agevolmente sbagliare di qua e di là… Basta, sarà ciò Dio vuole.»

Il 31 dicembre 1836 muore la seconda moglie, Anna Orselli da Pisa, sposata nel 1821 ad un anno dalla morte della prima, e dalla quale ha avuto due figlie ed un figlio.

A distanza di nemmeno un anno si diffonde la notizia di probabili terze nozze. «Credo» – comunicava il conte Monaldo Leopardi all’amico Luigi Palmieri in una lettera datata 3 settembre 1837- «che il principe di Canosa sia passato alle terze nozze sposando una cuffiara romana. Almeno così si dice.» La notizia è assai verosimile. Effettivamente il Canosa si fa assistere negli ultimi mesi della sua travagliata esistenza da una donna di bassa condizione, romana, tale Teresa Gabellini, con la quale sembra abbia contratto una relazione da alcuni anni. In ogni caso, dopo la morte del Canosa, avvenuta per un colpo di apoplessia il 4 marzo 1838, la fedele Teresa Gabellini continuerà a firmarsi per tutta la sua vita vedova Canosa.

La morte del Canosa passa quasi inosservata. I Borboni di Napoli, che egli ha servito con tanta devozione, non si preoccupano d’altro che delle sue Carte (Nelle note del libro del Maturi: «Il governo borbonico, credendo di trovare nel cardinale Riario Sforza, suddito napoletano, un funzionario compiacente, si era rivolto direttamente a lui, all’insaputa del cardinale Lambruschini, per avere le carte del Canosa, ma il Riario Sforza si rifiutò di consegnarle e le inviò a Roma. Tuttavia, il Lambruschini fece consegnare alla legazione napoletana tutto ciò che riguardasse la Corte di Napoli e disse che il resto lo avrebbe dato in fiamme: lo fece conservare invece nell’Archivio Segreto Vaticano») e nessun elogio si leva in suo onore. Lo accompagna nella tomba solo il rimpianto del fratello d’armi dell’ultima grande battaglia per la buona causa legittimista, il rimpianto del conte Monaldo Leopardi, ma quel rimpianto contiene l’elogio da lui tanto sognato nei suoi squarci autobiografici.

«È una vergogna dell’Italia e uno scandalo nel partito della legittimità che non si alzò una voce d’encomio per questo grande uomo. Aveva i suoi difetti, ma nessun uomo ne va esente e le accuse che potevano promuoversi contro di lui, per la troppa veemenza con cui si scagliava contro gli individui, vengono in gran parte giustificate dal considerare che egli, e forse non a torto, vedeva sempre il partito delle persone. Del resto, Canosa era un gran dotto, un gran politico, un vero galantuomo e un vero cristiano.» (Dalla lettera di Monaldo Leopardi a Luigi Palmieri 21 marzo 1838).

 

Giosita Varriale

 

 

 

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