● Storia

Dell’antichissimo castello di Canosa rimangono solo qualche rudere, due disegni e un ricordo. I ruderi sono quelli delle due torri quadrate e del muro che le unisce. Due tracce sono visibili: un’antichissima costituita da maestosi blocchi di pietra ed una medioevale, sottoposta,. nel tempo, a diversi rifacimenti, costituita da tufi cozzigni. I disegni sono quelli del De Prez. Essi risalgono alla fine del ’700 e sono stati pubblicati dall’abate francese Richard de Saint Non nel suo “Viaggio nel Regno di Napoli. Sono molto noti. il castello, purtroppo è solo un piccolo particolare di due vaste composizioni architettoniche che sintetizzano un po’ tutta Canosa. Anche se non manca una descrizione fatta nel verbale di acquisizione di Canosa da parte dei Capece Minutolo -ma è una descrizione che ci sembra non organica- il tutto è troppo poco per ricostruire con sufficiente fedeltà quello che i canosini hanno sempre chiamato il “castello”. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Si trattava inizialmente della rocca, della “cittadella”, costruita dai primi abitanti della zona. Poi la rocca divenne acropoli e sulle rovine fu edificato il castello. Non sappiamo quando, anche perché ci sembra che in diverse occasioni le mura della città -di fronte alle quali si fermarono Annibale e Luigi d’Ungheria siano state confuse con le mura del castello. E’ certo, però, che una roccaforte al tempo della calata dei barbari già esisteva. Il castello aveva certamente dei muri di cinta poderosi, capaci, almeno nella loro iniziale costruzione, di resistere a ogni attacco; un portone indubbiamente maestoso; un cortile con un pozzo e con il riparo per il corpo di guardia. Nel cortile, negli ultimi tempi, sorgeva “il palazzo” baronaIe al cui primo piano si accedeva attraverso una grande scalinata. La costruzione del palazzo sarebbe avvenuta dopo che il castello subì gravi danni nel corso del terremoto del 1659. Sarebbero rimasti in piedi soltanto le torri, le mura perimetrali ed un certo numero di ambienti. Sull’area distrutta, utilizzando anche alcuni degli ambienti superstiti, sarebbe sorto, appunto, il palazzo baronale. In precedenza -lo abbiamo di volta in volta accennato- per i Longobardi, che l’avevano ulteriormente fortificato, il castello era stato una residenza regolamentare; per i Normanni, che lo avevano ancora ampliato, uno dei caposaldi, con Bovino e Deliceto, di una loro linea di difesa. Nei saloni del castello di Canosa Si incontrarono nel·1089 i figli di Roberto il Guiscardo; Boemonndo e Ruggero, per cercare di superare i contrasti che allora li dividevano. Mantenuto in piena efficenza durante la dominazione sveva, si dice che Federico Il abbia soggiornato nel castello mentre veniva costruito Castel del Monte. Per gli Angioini fu, inizialmente, soprattutto una prigione. Ma nel 1271 fu ristrutturato, sotto Carlo d’Angiò, da Pietro d’Angicourt e nel 1294 fu assegnato da Carlo Il a Maria, figlia di Boemondo IV, come residenza. Sembra sia stato parzialmente ricostruito e quindi utilizzato dagli Aragonesi per essere poi disattivato e, quindi, diroccato, come si è detto, dal terremoto del 1659. Si dice che fosse ornato da 40 statue dedicate ad ognuno dei soldati martiri uccisi sotto Licinio Valerio Liciniano e dai quali prese il nome. Si dice anche che fosse collegato, mediante una strada o cunicolo sotterraneo con Canne ovvero con la fortezza di Castel S. Angelo. Da qui la stessa strada o cunicolo raggiungeva la zona dove sarebbe sorto Castel del Monte. Di tale cunicolo si trovò una traccia nel 1962 sulla variante alla statale 98. Personalmente abbiamo sentito parlare anche di un collegamento tra il castello e l’area di Giove Toro e cioè di una galleria sotterranea che dall’alto della collina immetteva poi nella pianura. Lasciato in completo abbandono dopo il trasferimento dei Capece Minutolo a Napoli, il terremoto del 1856 provocò il crollo di quello che era stato “il castello”. Nessuno si preoccupò di salvare quello che poteva essere salvato, nessuno si interessò, all’infuori dei saccheggiatori, di recuperare tra le rovine quanto poteva essere recuperato. Un secolo dopo, nel 1956, il castello o, meglio, la sua area, fu venduta  al Comune di Canosa.

Pregevole incisione di Cecilia Bianchi, romana. È inserita a sinistra del frontespizio de L’Utilità della Monarchia nella stato civile. Orazione diretta contro i Novatori del Secolo di Antonio Capece Minutolo dei Principi di Vanosa, Accademico Forte, e fra i Sinceri dell’Arcadia Reale Isocrate Larissio. Dedicata all’Eminentiss. cardinal di S. Chiesa Stefano Borgia. E recitata nell’Adunanza generale di essi Accademici tenuta al dì 5 Giugno del 1796, Napoli, 1796.
L’immagine è racchiusa in cornice ovale su base rettangolare su cui la scritta: antonius capycius minutulus ex principibus canusii mdccxcvi, e reca in basso, sulla sinistra uno scudo con lo stemma dei Capece Minutolo su cui è poggiata una spada e sulla destra alcuni libri, riferimenti evidenti al casato e alle qualità di cavaliere e di studioso del Cnosa. L’incisione fu riprodotta per la prima volta dal Croce nell’Album celebrativo del Centenario della Repubblica Partenopea in SILVIO VITALE, Il principe di Canosa e l’Epistola contro Piero Colletta, Napoli Berisio, 1969.
Lo stemma, che nell’incisione appare semplificato, è, in araldica, “di rosso, al leone di vaio, con testa, coda e zampe d’oro”.

La linea genealogica dei Capece Minutolo sembra generata da un personaggio di tale casato, così chiamato perché piccolo di statura. Si ha memoria di un cardinale Giovanni, detto Minutulus nel 1061 e durante il regno di Manfredi si trovano molti cavalieri del re con tale cognome. I Minutolo hanno goduto nobiltà nel Seggio di Capuana a Napoli e a Messina e Capua. Lo svolgimento genealogico dei Minutolo può sintetizzarsi in tre linee: quella di Canosa, quella di San Valentino e quella di Bugnano.
La prima è quella dei principi di Canosa, titolo avuto nel 1712 per i soli discendenti maschi primogeniti. La seconda riguarda i duchi di San Valentino di Casapozzana dal 1660 e la terza linea fu decorata nel 1852 del titolo di marchese di Bugnano, ereditabile dai soli maschi primogeniti, di patrizio napoletano per tutti i maschi e uso del predicato “dei duchi di San Valentino”. Spesso negli atti d’archivio vengono chiamati Capece Minutolo del Sasso, predicato quest’ultimo del ducato concesso ad Achille, maestro di campo, che il 6 settembre del 1634 combattè nella battaglia di Nördlingen – in Baviera – sotto il comando del generale Galasso. Le più antiche notizie risalgono a Marino Capece, originario di Sorrento, conestabile al tempo dell’imperatore d’Oriente Alessio I Comneno (1081-1118).
(da “Le grandi famiglie di Napoli” di Nicola della Monica (Newton & Compton Editori, Roma ottobre 1998) Le notizie più recenti che riguardano i Capece Minutolo nei distinti rami sono presenti nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, curata e pubblicata dal Collegio Araldico di Roma.